La decomposizione delle piattaforme digitali

C’era un tempo in cui i social media erano luoghi piacevoli da frequentare, spazi digitali in cui conversare, condividere e rimanere in contatto con amici e familiari. Ma quei giorni sembrano ormai un lontano ricordo. Un senso di insoddisfazione si è lentamente insinuato tra gli utenti, man mano che la qualità dei contenuti si deteriorava inesorabilmente.

Le cause di questo declino sono molteplici, le conseguenze ancora incerte, eppure il giudizio è unanime: stiamo vivendo l’era dell’enshittification, un neologismo coniato per descrivere la trasformazione in “merda” delle nostre amate piattaforme. Una volta luogo di connessione e socialità, ora sembrano più simili a palcoscenici per celebrità, invase da pubblicità e contenuti privi di valore.

Il ciclo vizioso ha inizio quando le piattaforme, forti del loro dominio sul mercato, iniziano ad accumulare valore per sé stesse, a scapito delle esigenze di utenti e inserzionisti. Sono giganti tecnologici assetati di profitti, disposti a sacrificare l’esperienza utente sull’altare del guadagno. E noi, inconsapevoli vittime di questo gioco, rimaniamo intrappolati nel loro abbraccio soffocante, incapaci di fare a meno dei loro servizi ormai radicati nelle nostre vite.

L’enshittification serpeggia silenziosamente, contaminando un social dopo l’altro. Prima Google, poi Twitter, quindi Instagram e persino TikTok, la piattaforma un tempo amata per il suo algoritmo quasi inquietante nel cogliere i nostri interessi. Ovunque ci voltiamo, ci imbattiamo in un oceano di contenuti sponsorizzati e privi di interesse, mentre i creatori vengono intrappolati in un sistema che li costringe a sacrificare la loro arte sull’altare della visibilità.

Ma l’enshittification non è solo un problema estetico o culturale; è una minaccia per la stessa democrazia. Abbiamo visto come l’assenza di regolamentazione e la disinformazione dilagante sulle piattaforme possano erodere la stabilità dei sistemi democratici, fomentando l’odio e la polarizzazione. Siamo diventati consumatori passivi di informazioni di scarsa qualità, spesso create e distribuite da intelligenze artificiali, mentre il dibattito pubblico si fa sempre più tossico.

Eppure, una soluzione potrebbe essere all’orizzonte: l’interoperabilità. Piattaforme come Mastodon o Bluesky, costruite su protocolli aperti e interconnessi, potrebbero sottrarci dall’effetto di rete che ci tiene prigionieri delle grandi piattaforme. E le recenti iniziative antitrust, come il Digital Markets Act europeo, potrebbero ristabilire un equilibrio nel mercato, frenando l’enshittification e restituendoci un Internet più piacevole e democratico.

La battaglia per salvare le nostre piattaforme digitali è appena iniziata. Sarà una lotta ardua contro giganti tecnologici insaziabili, ma è una battaglia che dobbiamo combattere se vogliamo preservare non solo i nostri spazi di socialità online, ma anche la stessa integrità delle nostre democrazie.